Chiesa Oggi N.86

Fede espressa nel bronzo e nel marmo

 

ARTE SCULTURA PER IL CULTO

“Se l’Arte null’altro è che la ricerca della Bellezza - e beninteso che per Bellezza non si intende il Bello effimero e superficiale dell’estetica, ma sinonimo di Verità - ecco che quando l’arte si propone di dare immagine a Cristo, che è la Bellezza e la Verità, diventa per un artista il traguardo massimo e, per questo, più arduo, della sua vocazione”. Così si esprime Michele Carafa, e le sue opere non sono in nulla estranee a tale affermazione.
Nella ricerca dell’assoluta libertà, l’arte del secolo trascorso ha dato prove di enorme fragilità, proprio perché ha dimenticato che l'assoluto ha un nome e non trova riscontro nell’arbitrarietà o nella pulsione del momento - aspetti che per loro natura sono relativizzati dal contesto immediato.
Allo stesso modo l’idea di ribellione “contro” qualsiasi forma di autorità o di tradizione ha lasciato il vuoto.
Molti artisti, scoprendo la vacuità di questo errare, tentano la strada di un ritorno verso punti saldi cui ancorare la propria opera, e spesso scoprono che nel diffuso relativismo questi elementi di approdo sono stati rimossi dalla cultura dominante.

Michele Carafa, opera Madonna col Bambino,
marmo statuario, rosa Portogallo, madreperla,
cm 50x100x150 (2006), collocata nel cortile
dell’Arcivescovado di Manfredonia.
www.dibaio.com
Michele Carafa, opera Croce bifronte in bronzo argentato, oro e pietre preziose (2004), Cappella della CEI, Roma.

In questo panorama, l’opera e l’itinerario di Michele Carafa risaltano con evidenza perché egli da un lato mostra di non avere mai perso la bussola e di avere sempre tenuto fermo l’orientamento religioso che autenticamente ispira l’opera creatrice.
E dall’altra non è mai scaduto nella banalizzazione del manierismo contemporaneo, in cui la forma, per distinguersi dalla fotografia e dall’astrattismo, viene variamente scomposta o rassettata secondo sistemi alla moda, ma intrinsecamente privi di personalità.
Nell’opera di Carafa, il segno è caratterizzato da una originalità che non desidera cedere alle mode.
Per esempio nel crocifisso composto per la Conferenza Episcopale Italiana, l’immagine di Cristo si riveste di un vigore e di un dinamismo accentuato dall’emergere della forma dalla materia.
Passione e risurrezione si sommano nella giustapposizione dei lobi che fanno da sfondo mentre dall’alto una mano indica, come segno che prepara l’accoglienza nel destino di salvezza.
Michele Carafa lavora il bronzo, il marmo, la terracotta, spesso in accostamenti cromatici e polimaterici.
La sua ricerca plastica si innesta su quella della grande scultura italiana del ‘900.
Sculture di una solidità architettonica e monumentalità sacrale esprimono la volontà di sperimentare possibili pertinenze e relazioni tra natura, geometria e architettura.