Recensioni

Di Tommaso Evangelista
Testo alla mostra "Rosso e il colore", Officina Solare Gallery, Termoli, agosto 2010

Lo scultore Michele Carafa attraverso un approccio sintetico alla forma arriva alla realizzazione di figure perfettamente conchiuse nella materia; gli unici elementi che sembrano rompere questa regola di uniformità-linearità sono le mani. Trattate come fossero ali, distaccate dal corpo e non prive di valenze simboliche, appaiono quali minimali richiami alla libertà e i veri fulcri della composizione; i volti invece, persi in un'arcaica ieraticità di sapore ellenistico, sembrano portatori di enigmi. Per Adolfo Wildt, alle cui opere non posso non rapportarmi osservando il lavoro di Carafa, il marmo e' -materia viva, sonora e splendida-; parimenti anche in tali sculture, pervase da sentite istanze di -ritorno all'ordine-, il marmo e' una materia carica di energia e di forza.

Materia frantumata (ma pur sempre raccolta) come nel Torero, dove il rosso interno, memore del sangue, trasmette dinamismo e rottura di contro ad un volto solenne e -sacerdotale-; materia conchiusa che cela misteri come nella Maternità, dove in un -monolite- rosso di marmo una stella dorata riallaccia il legame con culle cosmiche. Lo stile fortemente sintetico di origine simbolista adottato dall'artista, combinato ad un altrettanto robusto irrigidimento in chiave espressionista e alla ricerca di tratti classicisti dal sapore ellenistico, danno origine a sculture estremamente poetiche dove la bellezza non si smarrisce mai nella scarnificazione delle forme ma resta un punto di riferimento imprescindibile. Lo scultore, artifex per eccellenza, non puo' mai, pur semplificando, smarrire la forma o trascendere il corpo e in questo si percepiscono gli insegnamenti del corso di Arte per la Liturgia che Carafa ha seguito presso l'Istituto S. Anselmo di Roma.

La bellezza e' per prima cosa integrità delle parti ma l'impulso all'astrazione, ricordandoci l'insegnamento di Worringer, puo' essere inteso anche come una istanza di quiete di fronte a quell'enorme groviglio che e' l'immagine del mondo. C'e' quindi in queste sculture innanzitutto il lavoro sulla materia che punta sulle poche forme geometriche da cui deriva la natura, verso una -verità cubica-, e poi uno scavo in profondità, una ricerca di piani che si indirizza pero' verso uno sviluppo bidimensionale dello spazio e pare quasi di rinvenire le parole del grande scultore e teorico Adolf von Hildebrand (1895): "Finche' una figura plastica evoca innanzi tutto la sensazione del cubico, essa permane allo stadio iniziale della propria configurazione artistica; solo quando, benche' cubica, riuscirà ad apparire piatta avrà conquistato la sua forma artistica ".

 


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i Tommaso Evangelista

Testo alla mostra
"Rosso e il colore", Officina Solare Gallery, Termoli, agosto 2010

Lo scultore Michele Carafa attraverso un approccio sintetico alla forma arriva alla realizzazione di figure perfettamente conchiuse nella materia; gli unici elementi che sembrano rompere questa regola di uniformità-linearità sono le mani. Trattate come fossero ali, distaccate dal corpo e non prive di valenze simboliche, appaiono quali minimali richiami alla libertà e i veri fulcri della composizione; i volti invece, persi in un'arcaica ieraticità di sapore ellenistico, sembrano portatori di enigmi. Per Adolfo Wildt, alle cui opere non posso non rapportarmi osservando il lavoro di Carafa, il marmo e' -materia viva, sonora e splendida-; parimenti anche in tali sculture, pervase da sentite istanze di -ritorno all'ordine-, il marmo e' una materia carica di energia e di forza.

Materia frantumata (ma pur sempre raccolta) come nel Torero, dove il rosso interno, memore del sangue, trasmette dinamismo e rottura di contro ad un volto solenne e -sacerdotale-; materia conchiusa che cela misteri come nella Maternità, dove in un -monolite- rosso di marmo una stella dorata riallaccia il legame con culle cosmiche. Lo stile fortemente sintetico di origine simbolista adottato dall'artista, combinato ad un altrettanto robusto irrigidimento in chiave espressionista e alla ricerca di tratti classicisti dal sapore ellenistico, danno origine a sculture estremamente poetiche dove la bellezza non si smarrisce mai nella scarnificazione delle forme ma resta un punto di riferimento imprescindibile. Lo scultore, artifex per eccellenza, non puo' mai, pur semplificando, smarrire la forma o trascendere il corpo e in questo si percepiscono gli insegnamenti del corso di Arte per la Liturgia che Carafa ha seguito presso l'Istituto S. Anselmo di Roma.

La bellezza e' per prima cosa integrità delle parti ma l'impulso all'astrazione, ricordandoci l'insegnamento di Worringer, puo' essere inteso anche come una istanza di quiete di fronte a quell'enorme groviglio che e' l'immagine del mondo. C'e' quindi in queste sculture innanzitutto il lavoro sulla materia che punta sulle poche forme geometriche da cui deriva la natura, verso una -verità cubica-, e poi uno scavo in profondità, una ricerca di piani che si indirizza pero' verso uno sviluppo bidimensionale dello spazio e pare quasi di rinvenire le parole del grande scultore e teorico Adolf von Hildebrand (1895): "Finche' una figura plastica evoca innanzi tutto la sensazione del cubico, essa permane allo stadio iniziale della propria configurazione artistica; solo quando, benche' cubica, riuscirà ad apparire piatta avrà conquistato la sua forma artistica ".